Di ScHiEnA

Le cicale, dense, sui rami degli alberi. L’ippocastano davanti alla finestra. I fiori già stanchi per il caldo che gli pesa addosso. Un uccellino perduto che si posa sui rami del ficus. L’aria torbida e lattiginosa. Senso di tempo perduto. Idee e mancanza di minuti. Quelli che risuonano sono troppo pochi per fare tutto quello che ti sfreccia nella testa. Cerchi di agguantarne una, di queste idee, ma ti scivola via dalle mani, sguscia, ha consistenza di anguilla. Molli la presa, infastidita da quella sensazione tattile, con una smorfia di disgusto. Ti siedi in attesa che ne passi un’altra. Frustrazione da tempo perduto, sprecato, gettato via nell’aria fosca. A gambe incrociate a chiederti cosa vuoi davvero. E se morissi domani sarei soddisfatta? E stare qui a consumarmi nell’aria torrida, immobile su me stessa, mi piace? E affannarmi per recare sollievo a tutti questi corpi, disfacendo il mio, mi piace? E vivere isolata nel mio isolamento, mi piace? E stare in mezzo ad altri, diversi da me, mi piace? E tempo che sfila, baldanzoso, incurante, ipnotico, militaresco. Impettito e brutto. Sardonico. Vedo solo il suo ghigno, mentre mi volta le spalle.

Standard

QueLLo cHe PoTeVO

E poi siamo lì e tu sei bella, con i tuoi occhi mobili ed il sorriso un po’ tirato; mi appari fragile, un qualcosa di prezioso da maneggiare con cura. Ho pensato molto a come sarebbe stato ed ora che ci siamo vorrei che la mia presenza ingombrante si alleggerisse. Ti muovi negli spazi risicati che ti lascia, rasente ai muri, discreta. Io mi schiaccio contro il mio lato di parete, ma non basta. Allora mi allungo verso di te, ti includo nel mio spazio cercando di rispettare il tuo, sperando tu capisca questo modo di disperdere i confini ed è così. Sorridi leggera, accetti lo scambio, ti protendi un po’ verso di me e mi sembra che i tuoi occhi si alleggeriscano ed i tuoi spazi si allarghino. Adesso ti muovi più sicura, sorridi di più, parli con scioltezza. Mi spiace di essere stata lì, di averti reso le cose più pesanti; mi spiace che tu sia stata costretta a sopportare il peso della mia presenza, anche se non dipendeva da me. 

Sei stata brava, io ho fatto quello che potevo.

Standard

FiNe

Una storia. Ci vorrebbe una storia. Con un inizio, una fine e qualcosa di avvincente in mezzo. 

Invece c’è un blocco.

Chiedi se credo che mi diresti le cose come stanno.

Rispondo “no”

Questo poteva essere l’inizio e invece diventa una fine. Non se ne parla più, si chiudono i discorsi, come se non fosse mai stata pronunciata una parola. 

Però io ne ho dette di parole.

Tutte quelle che avevo a disposizione, tutte quelle che ho trovato; le ho cercate anche negli angoli, ho rivoltato le tasche e sbattuto le giacche per farle uscire tutte, per cercare di spiegarmi, per farti sentire quello che sento io, quello che provo.

Io, davvero, le ho tirate fuori tutte dal cilindro, non ne è rimasta nemmeno una.

Però non sono servite. 

Poteva essere un inizio. 

Fine. 

Standard

CaSsETtO

Non si dovrebbero aprire i cassetti chiusi.

Bisognerebbe lasciare le cose accumulate lì alla rinfusa, al riparo dalla luce e da sguardi indiscreti, a tenere i loro segreti. 

Non si dovrebbe nemmeno dimenticarle o negarle. Semplicemente accettarle come parte di sé. 

 Bisognerebbe essere capaci di condividerle con qualcuno che ci appartenga, qualcuno a cui apparteniamo. 

Ecco, così bisognerebbe fare. 

Sussurrare in un orecchio e raccontare tutte le cose racchiuse nel cassetto. Metterci i dettagli e le indiscrezioni, arricchirne la descrizione fino a renderle quasi concrete e intanto tenere chiuso il cassetto. 

Con tutti i suoi segreti. 

Da portare in due. 

Standard

E Se DoManI

E se decidessi io che adesso non me la sento?

Se sentissi io che la cosa migliore è rimanermene un po’ da sola, accucciata nel mio angolo?

Se pensassi che sarebbe meglio rimandare, che adesso non è il momento giusto, che non ho le risorse per occuparmene o anche solo per vivermela?

Se credessi che non riuscirei a respirare questa cosa, che sentirei di non avere la serenità d’animo necessaria per onorarla?

Davvero pensi che saresti sereno, che andrebbe tutto bene, che sarebbe uguale?

Quanto è difficile dire la verità?

Standard

EnTuSiaSMo

Quanta stanchezza.

Da non riuscire ad alzarsi dal letto, da sentire spilli conficcati nelle cornee. 

Eppure ti alzi. Ti guardi allo specchio e ti dici che ce la farai. Ti ripeti di tenere duro, manca poco, sopporta solo un’altra ora, un altro giorno, un’altra notte. 

E vai. Trovi anche il tempo di sorridere per un piccolo risultato.

L’entusiasmo del nuovo. 

Standard

SuL BorDo

Le lacrime sul bordo degli occhi. 

Nemmeno tracimano. Come vorresti, salate e calde, sentirle correre lungo le guance e raccogliersi sulla punta del mento, indecise se rischiare quel salto o meno. A cercare il coraggio, anche loro. Invece resti sola a farlo e loro lì, si affacciano timide e tornano indietro, senza sporgersi troppo. 

Osare di sentire e sentire confuso. Una domanda ricorrente mentre ti guardi dritta negli occhi. È come se dovessi fingere, fingere qualcosa che non hai. E vorresti avere la forza di smettere, urlare e strepitare e che ti prendessero per matta, chiamassero tutti a raccolta: fare scempio, dare spettacolo e urlare. 

Urlare e stringersi forte contro, sentire la pelle che brucia e quel senso di appartenenza fisica che si mescola al desiderio. 

E urlando, abbracciando capire. Capire,  finalmente, quale è la verità e sentirla talmente dentro da mettersi a ridere senza più bisogno di camminare dritti. Sedersi e ridere. 

Sedersi.

Ridere. 

Standard