Born to be Alive

L’US sta male.

Soprassediamo, per ora, sul chi sia l’uomo che si è meritato un epiteto del genere (che un po’ fa tristezza, lo so).

Lui sta male. Me lo ha detto un collega, con la nonchalance dei gossip tristi. Quelle cose che tutti sanno, ma tutti fingono di non sapere, che rattristano tutti, ma solo in superficie. Così si chiacchierava e il collega in questione mi dice: “Sai che l’US sta male?” e aggiunge dettagli che definiscono meglio questo suo “stare male”. Certo lui si aspettava da me la solita faccia contrita e commossa di chi riceve una brutta notizia su qualcuno che conosce poco e continuando a sorseggiare il suo thè mormora un “poverino, così giovane….” ed è, pressappoco, quello che ho fatto io rispettando le sue aspettative. Dentro, però, una marea montante di sensazioni ed un’angoscia che saliva dalle gambe, si arrampicava sullo stomaco e su, su fino a cingere la gola.

Perché L’US è l’uomo che mi ha fatto battere il cuore, che mi ha fatto provare emozioni e che mi ha fatto fare delle follie (alla veneranda età di 34 anni, come averne 14). L’uomo che ho allontanato con tutte le forza da me stessa, che mi ha tolto l’aria, che mi ha fatto credere che l’uomo funzionale poteva essere la soluzione. L’uomo che, nel bene o nel male, mi ha fatto sentire viva.

L’US sta male davvero. Non ha un reffreddore o una stupida tonsillite, non ha preso il morbillo, non gli è venuta un’ernia inguinale o un alluce valgo. L’US rischia di lasciarci le penne.

Allora, come sempre accade, la paura lancia adrenalina e l’adrenalina muove i congegni di uno abituato a fronteggiare le emergenze e lo porta a cercare la soluzione più rapidamente di un velociraptor. In meno di due ore avevo tutti i riferimenti dell’esperto più esperto in materia che si potesse incontrare, avevo già praticamente preso l’appuntamento e prenotato il treno…

Sono rimasta con il bigliettino con tutti i riferimenti in mano, rendendomi improvvisamente conto che non avevo alcun titolo per intromettermi nella sua vita e chiamarlo. Mi sono resa conto che non lo sentivo da mesi, che ero sparita dalla sua esistenza come ingoiata da un buco nero fondo, che lo avevo allontanato con tutta me stessa ed anche in modo brusco. Mi sono resa conto che tra ex mogli, fidanzate attuali, madri e sorelle c’erano molte più donne aventi diritto a prendersi cura di lui e a stargli accanto e che io, per mia scelta, non figuravo nell’elenco.

Sono rimasta a guardare il biglietto, ho pensato a due o tre strade alternative: fregarmene e non dire niente, ché poi io neanche avrei dovuto sapere che stava male; chiamare la sua ex e dare a lei i riferimenti, anche se con tutta probabilità avrebbe pensato che fossi una pazza mitomane; fargli trovare il biglietto sotto la porta del suo studio firmato “Anonimo Veneziano”.

Alla fine mi sono decisa e ho fatto l’unica cosa sensata da fare, perché se uno deve giocare una partita per salvarsi la vita è giusto che possa avere tutte le armi migliori a sua disposizione.

L’US ha aspettato alcuni giorni e poi ha lanciato il suo SOS. Si è aggrappato a me come un naufrago ad uno scoglio, pieno di energie e buoni propositi, gonfio della convinzione di guarire che bisogna avere quando a 35 anni la signora Morte viene a bussare alla tua porta. Ché uno non ci pensa nemmeno di poter morire così giovane, non è pronto. 

Io avevo davanti a me i soliti tre tasti da spingere una volta indossate le cuffie:

A- “mi dispiace, ma non sono la persona giusta per starti accanto in questo momento”

B- pulsante di autoespulsione: sarete lanciati sulla Luna tra 10,9,8,7…

C- “Ok, ci sono, con la nostra pelle non la faranno una canoa”

Sebbene il pulsante A fosse quello da spingere e nonostante il fascino affabulatore dell’opzione B io, ovviamente, non c’ho pensato nemmeno 10 secondi e ho pigiato il tasto C con tutte le mie forze… d’altra parte ve l’ho già detto (https://aliceoalmenocredo.wordpress.com/2013/11/16/stay-and-play-vs-scoop-and-run/): io sono una da Stay and Play.

 

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