Di notte specialmente, di notte

“Ok, adesso mantenere sangue freddo e testa sulle spalle” – si ripeteva le parole come un mantra, a circuito chiuso.

Se voleva recuperare doveva agire subito e in fretta. Solo che era arrabbiato. Molto arrabbiato. Perché quando era entrato in casa e aveva visto tutto quel disordine, i cassetti rovesciati a terra, i vestiti alla rinfusa sul letto, le foto con le cornici spezzate era successo questo: dietro l’iniziale stupore, dietro l’incredulità era montata la rabbia. Come un rombo sordo e pesante. Rabbia per l’invasione, per le mani estranee che si erano permesse di rovistare nei suoi vestiti,  di scavalcare l’intimità della sua casa per portarsi via delle cose, per rubare quello che più aggradava. Poi aveva realizzato: il computer era un anno di lavoro. Un anno di vita e progetti e fatica e idee raccolte. Loro non si erano presi solo un computer. Si erano presi i suoi progetti, i suoi lavori, la sua capacità di sopravvivere ancora in questo mondo capriccioso.

Allora era subentrata la determinazione. Ché lui, di malavita, non ne sapeva un cazzo… ma il computer, quello, doveva assolutamente recuperarlo.

Aveva preso la macchina, indeciso sul da farsi, inconsapevole del punto di partenza. Da dove si inizia a cercare una refurtiva?

Poi aveva ricordato quel tale, Gianni, uno che stava scontando gli arresti domiciliare al Bronx della loro piccola città. Un amico di un amico di una sua ex. Lui, di certo, non c’entrava ma sapeva come girano certe situazioni, sapeva da dove partire, dove era lo start del monopoli in quella notte che si preannunciava lunga.

“Oh guarda- diceva- non so chi possa essere stato, ma gli equilibri qui si muovono tra clan albanese, rumeno, zingaro e i soliti vecchi tossici. Tra questi posso provare a trovare io informazioni, ma agli altri non saprei arrivare”

“Ok grazie, spargi intanto la voce tra loro e chiamami se sai qualcosa. Agli altri penso io”

Penso io?!? aveva detto ci penso io?!?! e come cazzo ci vuoi pensare?? bussi alla porta di un albanese e gli chiedi “Ciao, scusa, hai visto il mio Mac?!?!”. Con questi pensieri che frullavano in testa salì di nuovo in macchina. Sapeva che gli albanesi si ritrovavano nella città vecchia, e prese a salire i tornanti che portavano ai vicoli sotto il campanile. Però, nei “soliti” posti non trovò nessuno. Cadeva una pioggia sottile, di quelle che pungono la pelle senza nemmeno bgnare. Faceva freddo. Girava a vuoto nei vicoli bui, si stringeva nel giubbotto di pelle per ripararsi dagli aghi di ghiaccio. Girava e girava senza risultato, senza sapere dove andare ed intanto la rabbia montava sempre di più insieme al senso di impotenza, all’inadeguatezza.

Si trovò, non sa nemmeno lui bene come, davanti a quella saracinesca chiusa. Voci che provenivano dall’altra parte, risate, chiacchiericcio. Quello era il bar dei rumeni, che di giorno stava aperto come un bar qualunque e di notte, lo sapevano tutti, abbassava la saracinesca per dare ritrovo ai loro loschi affari. Fu un attimo. Si mise a bussare a palmo aperto con entrambe le mani e intanto gridava “APRITE; TANTO LO SO CHE SIETE LI’!”

La saracinesca si tirò su di colpo e lui rimase fermo, immobile con le mani in aria e la voce strozzata. Occhi neri e profondissimi incastonati su un brutto ceffo lo fissavano con fare minaccioso.

“Chi sei? che Vuoi?”

Sentiva il suo cervello che scattava senza riuscire a procedere. Si incartava. L’unico pensiero sensato era “Cazzo hai fatto, cazzo hai fatto…”. L’uomo lo trascinò dentro tirandolo dalla manica della giacca bagnata. Odore acre di fumo, una luce fioca su un tavolino basso, uomini dagli stessi occhi, tutti irrimediabilmente puntati su di lui.

E in testa, solo “cazzo hai fatto, cazzo hai fatto….”

“Allora – voce nasale, accento dell’est- cosa vai cercando?”

Va bene- si disse- o trovi il modo di superare questo momento o nessuno ti leva un bel coltello piantato in pancia. Che vuoi fare?!?!

“Volevo sapere se sapete dirmi dove trovo gli albanesi. Non sono al loro posto.”
“Albanesi? Amico dì a noi che ti serve, ti aiutiamo noi” e sorrisi sardonici sui volti. Tutti in piedi ora, tutti lentamente convergenti a cerchio intorno a lui. Movimenti misurati. Occhi vividi.

“Ma no, grazie. Scusate il disturbo vado”
“Dove vai, amico?- e mano sulla spalla, presa sicura – Stai tranquillo, dì noi cosa ti serve così aiutiamo”

E cazzo, cazzo, cazzo… serva un’idea e serve in fretta.

“Sentite adesso basta, dite ad Oreste che sono passato e che proprio deve farsi vivo sennò mi incazzo. Ciao”

Un attimo: si infila sotto la saracinesca e si allontana imperioso. Quelli restano a bocca aperta, non sa se a chiedersi chi sia Oreste o come lui lo conosca. E poi, se fa così lo smargiasso, chi cavolo è questo?

Uno, due, tre, quattro- passi lunghi, sicuri, imperiosi fino al vicolo sulla sinistra, solo fino al vicolo sulla sinistra- cinque, sei, sette: Via. Inizia a correre lungo il vicolo buio, a perdifiato, senza voltarsi nemmeno per un istante, senza fermarsi, finché il cuore non esplode, e giù, giù a rotta di collo e maledetto me e quando mi vengono queste idee del cazzo e meno male che santo Oreste mi ha salvato e corri corri ché il cuore scoppia e corri ancora corri.

Si ferma solo molto lontano, sotto la pioggia, le mani sulle ginocchia, la bocca spalancata a cercare di prendere aria. Ossigeno. Per il cervello in allarme, per il cuore in subbuglio. Sudore freddo lungo la schiena.

Driiiin-driiin.

Il telefono. Il telefono? alle tre di notte?

“pronto?” risponde senza fiato, la voce sottile

“Maestro… mi dicono che ti hanno fatto una cosa molto brutta”

Chi è questo adesso?

” Maestro se posso aiutare non hai che da chiedere. Se posso arrivare a capire chi è stato vi faccio un favore… sa, vero, i favori si fanno e si ricevono. Oggi a me, domani a te. I miei ossequi maestro, i miei figli la salutano con rispetto”

“Si…si. i miei saluti” e riattacca. E tutto è chiaro. I figli del capo clan rom vengono a lezione da lui, vogliono suonare la chitarra…. cazzo. Avere un favore da rendere a loro è peggio che avere a che fare con i rumeni… o forse no.

Si tira su, si guarda intorno. Torna lentamente verso la macchina, ché tanto per stanotte mi sa che non si riesce più a fare niente.

Si guarda intorno, la piccola città di provincia tirata a lucido dalla pioggia. Sonnolenta e noiosa fino allo spasimo, priva di occasioni e lenta alla luce del sole.

Chi avrebbe mai indovinato che nei meandri nascosti si annidasse tutta questa vita. Alleanze e guerre intestine e clan e bar loschi e conoscenze.

Tirò su il bavero per ripararsi dall’acqua, aprì la portiera e mise in moto.

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