Racconti_3

Giada

Forse è stata colpa delle lacrime che mi hanno offuscato lo sguardo.

Non lo so come è potuto succedere, ve lo giuro, io non lo so.

Si, certo, stavo armeggiando con il telefonino, forse ero distratta. Volevo solo sentirlo, ero a pezzi. Lui sapeva quanto fosse importante per me, eppure quel maledetto telefono continuava a suonare a vuoto. E suonava, suonava, suonava…. continuavo a comporre il numero tra le lacrime, mi sentivo morire. Volevo solo urlare ” E’ finita, capisci? finita cazzo ma perchè non ci sei? dove sei? ho paura adesso. La mia vita è finita e tu nemmeno rispondi…” 

Io lo credevo davvero, sapete, che la mia vita fosse finita.

Il provino, l’ennesimo, era andato male, mi sentivo inutile e vecchia ed incapace. Avevo inseguito per anni un sogno di cartapesta, e cartastraccia mi ritrovavo tra le mani senza sapere che farmene.

Avrei voluto sentirmi amata, ma il mio uomo forse non mi ama o forse è fatto così… non so davvero come sia potuto succedere, forse è stata colpa delle lacrime o ero troppo intenta ad aspettare una voce dall’altro capo del filo, ma della macchina io non mi sono proprio accorta, ve lo giuro, non ho sentito niente altro che dolore, poi buio.

 

Alice

Squilla il telefono esterno, quello bianco accanto ai monitor, con il suo trillo perfora timpani, quello dell’emergenza. Il collega dall’altra parte è carico di adrenalina: “Pedone investito da auto, sbalzato. Incosciente, trauma cranico, trauma scheletrico con frattura femore ed omero a destra, probabile trauma toraco-addominale, ipotesa, codice 3 intubato. Ho uno stimato di 5 primi” dice 

“OK, ti aspetto”. Metto giù la cornetta, dò le informazioni ricevute al collega che resta in rianimazione e al resto dell’equipe. Insieme all’infermiere delle urgenze vado giù in pronto soccorso ad aspettare il trauma, anticipazione si chiama.

Quando arriva la ragazza capisco subito che è molto grave. Andiamo spediti, facciamo le nostre manovre e la diagnostica che serve, buona coordinazione. Ha l’addome pieno di sangue e un brutto trauma epatico. Mentre la accompagno correndo in sala operatoria guardo ciò che resta dei suoi vestiti che abbiamo tagliato: il body rosa macchiato di sangue, gli scaldamuscolo infangati… i capelli sono  raccolti in uno chinon che perde ciuffi da ogni lato. Il viso tumefatto, sotto il sangue che è colato da una lacerazione sulla fronte, è davvero bello.

 

Novella

Sono stanca. Stanca e svuotata.

Mi alzo a fatica dal letto, Giovanni ha portato fuori il bambino, per permettermi di riposare prima del turno di notte.

A volte penso a quanto sia stata fortunata ad incontrarlo. A volte mi chiedo se davvero lo amo.

Giovanni mi compensa, mi dà quell’amore che tanto mi è mancato, mi avvolge e si prende cura di me senza chiedere nulla in cambio. Mi capita di domandarmi se amo lui o l’amore che mi dà.

Dopo tanti anni, a volte, il mio pensiero torna ancora a Stefano, all’amore folle e malato che mi legava a lui, al suo genio, alla sua pazzia.

Giovanni è stabile e pacato, saldo nei suoi princicpi, carico di convinzioni. La nostra vita insieme è lenta, sicura e confortevole. Ma io come sono? Mi guardo nello specchio, ho più rughe intorno agli occhi e lo sguardo più spento. A volte è come se tutto questo amore mi soffocasse, come se mi reprimesse e mi spingesse in un angolo talmente profondo del mio essere da impedirmi di venire fuori.

Mi guardo nello specchio e non so se mi riconosco.

Tiro su i capelli, ma sono troppo corti ormai per legarli. Sorrido e mi vengono due lacrime agli occhi ripensando alla folta cascata di capelli, neri come la notte, che consideravo il mio marchio di fabbrica, la mia identità svelata al mondo.

Sento la chiave nella toppa, asciugo via le lacrime con il dorso della mano, spero che l’inquietudine non si rovesci fuori dal verde dei miei occhi. Mio figlio mi corre incontro, lo abbraccio e sorrido.

 

 

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