Adriano

“Chi l’avrebbe mai detto che ci saremmo trovati a lavorare insieme!”

Lei si volta, vedo brillare i suoi occhi nel buio

“Ma non avevi smesso?”

Butta via la sigaretta, adesso sono abbastanza vicino da poter vedere che sorride

“Infatti. Tu invece ti sei sposato, no?”

Gioco nervosamente con la fede al dito, la faccio ruotare con il pollice, la avverto come un corpo estraneo avvinghiato attorno a me. Non dico nulla.

“Sei stato bravo giù” dice lei

“Anche tu”

Restiamo in silenzio, guardando sotto di noi nel vuoto degli undici piani che ci separano da terra. Sento quasi il calore del suo corpo, diviso dal mio da una manciata di aria. Mi convinco che devo scappare, resto inchiodato lì.

Lei si volta e mi guarda, sono secoli che non restiamo soli, sono secoli che non stiamo così vicini… mi sembra ieri.

“Sei felice?” chiede

Io la guardo, l’istinto di conservazione mi urla dentro di non rispondere, ma il mio io spinge per essere di nuovo libero, per tornare in superficie e prendere una boccata d’aria, per essere di nuovo visto da qualcuno.

“Non credo si possa chiamare felicità”

Lei si volta verso di me, mi guarda fisso negli occhi, non abbassa lo sguardo, non mi lascia fuggire

“Sei sereno?….almeno”

“Sono spento” dico, e non mi sembra vero di averlo detto. Una fitta di dolore mi trapassa l’emicostato sinistro. Ho paura di impazzire se lascio venir fuori quello che ho represso per tanto tempo. Però non riesco a mentire, non riesco a fuggire, non riesco a fermarmi. Mi sembra di essere tagliato in due da una lama affilata e fredda.

“Che cosa non ha funzionato Adri?”

“Dici tra noi?”

“Anche… e perchè viviamo così? Avrei preferito sentirti dire che sei felice, che aspetti un figlio, che hai sposato una donna che ami….anche se non sono io…”

“E tu…perchè non me lo dici che sei felice e che hai un uomo che ami?”

Le prendo una mano, le sue dita sono sempre lunghe ed affusolate.

Mi accarezza il viso. Il cuore mi si spezza. Mi sento profondamente infelice.

La guardo in silenzio, il vento le muove i capelli che sono cresciuti.

Alice sorride ancora, si stacca lenta dalla balaustra e si allontana piano. Vorrei dire ancora qualcosa, vorrei chiederle di restare, vorrei fermare l’attimo, ma è troppo tardi. Lo so.

Novella

Sono le quattro del mattino. Resto stesa sul lettino. Potrei riposare un paio d’ore, ma il sonno non arriva. Penso ancora a Stefano, al nostro amore, a come mi aveva invasa, a quanto bene gli ho voluto. Tanto bene da arrivare a distruggermi. Tanto bene da arrivare ad annientarmi. Non so come ne sono uscita fuori. Penso che a darmene la forza non siano state le botte, la paura, gli oltraggi subiti, ma la consapevolezza di non poterlo aiutare in alcun modo. Mi ero fatta trascinare dal buco nero della sua follia, senza avere alcuna possibilità di trarlo in salvo, se avessi continuato sarei stata risucchiata per sempre, uccisa da quell’amore malato che mi aveva spinta oltre ogni argine di sicurezza. Se mi guardo indietro non so dove io abbia trovato la forza per tirarmi a riva, per nuotare nelle acque nere e tumultuose del mio amore andato in frantumi. Se penso a lui non provo rancore, nè rabbia, nè odio. Provo pena. Per me stessa e per lui. Per il nostro amore falso come una moneta di ottone. Per le bugie e le trappole tese. Per la malattia che non lascia scampo, a chi ne soffre e a chi ama colui che soffre. Per i miei ingenui sentimenti di giovane donna, convinta che l’amore superi ogni ostacolo. Per le mie illusioni. Per i miei limiti. Per la mia incapacità. Per la mia stupidità. Non so come ne sono venuta fuori, come ho ricominciato a respirare prima, a parlare poi e, infine, a sperare ancora. Il mio volto è caldo e salato. Piango tutto le lacrime che ho.

Racconti_5

Digressione

3 risposte a "Racconti_5"

  1. Stai andando avanti bene. Ecco, magari “una fitta di dolore all’emicostato sinistro” lo cambierei… che so, “una fitta di dolore al petto”. Sorrido mentre lo dico, la deformazione professionale è una brutta bestia… 🙂 Stai raccontando al lettore, ricordatelo. Il lettore non sa neanche kekazzè, un emicostato… 😉 puoi essere realistica, come sopra, o usare metafore tipo “sentì una stilettata al cuore”, ma la fitta di dolore all’emicostato no… 😉

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