Ancora

E poi scoprire che ti vedo ancora.

Riflesso negli occhi degli altri, nel sorriso di un pazzo che gira intorno al mondo, nella barba incolta di chi siede a prendere un caffè all’alba.

E poi scoprire che ti cerco ancora.

Nei viaggi senza itinerario, nelle serate di radio, nelle pagine di libri letti in silenzio.

“Tu sei quella della libreria da 6000 metri cubi nell’era degli ibooks”

E io sorrido, perché come lo vedi tu non può vederlo nessuno.

Dicono che per dimenticare una storia occorra la metà del tempo della sua durata… io sono a buon punto ormai, ma mi mancherà non vederti più.

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11 risposte a "Ancora"

  1. E’ vero Swann, il termine giusto sarebbe stato “superare”. Nel senso di andare avanti, facendo tesoro di quello che si è vissuto, apprezzando quello che ci ha lasciato, le piccole cose che ci restano addosso e ci mutano impercettibilmente rendendoci un insieme di tutte le persone, le emozioni, i sentimenti e le avventure che abbiamo incontrato sul cammino. Per andare avanti però un po’ bisogna lasciare andare i compagni di viaggio per la loro strada e quando ci rendiamo conto che davvero abbiamo fatto il salto resta sulla punta delle dita la melanconia.

    • scusa, leggo solo ora la tua risposta.
      capisco, credo, quello che vuoi dire. io, invece di “dimenticare”, avrei detto proprio “lasciar andare” (come hai fatto anche tu ora), e per lasciar andare bisogna consentirsi a volte di soffrire, cosa che spesso si realizza proprio con la memoria, ricordando “forte”. spesso invece cerchiamo – consciamente o meno – di rimuovere, per soffrire meno. siamo pavidi.
      ma magari è solo un fatto di terminologia, di scelte lessicali. e quello che conta davvero è non rinnegare quello che si è vissuto, portarci tutto addosso e tutto dentro, come il nostro vero bagaglio di vita.

      • Non so se si tratti di essere pavidi o di un istinto di autoconservazione. Quando si soffre bisogna anche concedersi il tempo per imparare a convivere con la fine di qualcosa, per imparare ad apprezzare quello che è stato e sorridere riconoscendo in noi tutto quello che ci ha lasciato. A volte, però, questo tempo arriva dopo il tempo dell’oblio, quel tempo fisiologico che ci serve a “smaltire” il dolore, a farci arrivare ad essere consapevoli che più che tristi perché abbiamo perduto qualcosa siamo felici perché l’abbiamo avuta ed averla ci ha permesso di essere quello che vediamo guardandoci allo specchio. Rimuovere non dovrebbe essere un meccanismo fine a se stesso, dovrebbe essere un ponte da attraversare per arrivare a guardare il panorama dall’alto godendo di ogni dettaglio. Non rinnegare niente, portarci tutto addosso dentro questa vecchia valigia scalcagnata, come dici tu!

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