VoLami AddOsso Se qUeSto è uN valZer

Sono volata via e sull’aereo ho parlato con un signore francese, distinto, con in mano un vecchio libro che prometteva di insegnare in 90 mosse l’italiano. Un libro, forse, degli anni ’70. E anche lui era desueto, come il suo libro. E aveva un accento dolce ed occhi vivaci e baffi da gentiluomo.
Sono volata via e c’era un vento freddo e pungente, che tagliava il viso e le mani scoperte, eppure regalava squarci di limpido e luce abbagliante sbaragliando le nubi e vincendo la pioggia. Ed è sempre così, ché c’è il rovescio della medaglia.
Sono volata via e ho trovato un gatto bianco addormentato su un vecchio divano ed un pianoforte scalcagnato su cui ho suonato l’unico valzer di Chopin che ricordo, ma solo i primi due movimenti ché il terzo mi sembrava troppo e poi i libri intorno mi chiamavano e dalla finestra davanti allo scrittoio la vista era troppo bella per privarsene a lungo.
Sono volata via per dimenticarmi di te o forse per ricordarmi di te, tra i boulevard e le avenue e con le parole che sfuggono e i verbi che non conosco, eppure ci provo a parlare la tua lingua e a tratti mi era sembrato che tu riuscissi anche a comprendermi. Adesso non ne sono più così sicura, ma continuo a crederci perché c’ero e l’ho visto o meglio ti ho sentito e allora, in un qualche mondo, tornerai a comprendere ciò che sono.

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