TeMPo di MeZzO

Non è che basti tenere gli occhi aperti. 

A volte, anche con gli occhi sbarrati, non vedi. 

E non è che non vedi letteralmente: vedi, ma non vuoi vedere. 

Ti svii, giri la testa, cambi strada, ti fermi un minuto più del necessario. Anche se già sai che è inutile, inutile come “svuotare il mare  con un cucchiaio”. E non solo, è anche dannoso. È un gioco vile, uno scherzo sciocco, un rinviare futile. 

Ricordati delle ciliegie, della promessa di coglierle al volo, del tempo di corallo, delle passeggiate tra gli alberi alla ricerca di un nome. Ricordati come si vive, come si sente e ci si emoziona al battito d’ali che frusciano, a sfiorare quella pelle, a ridere di gusto. 

Non accontentarti di tenere gli occhi aperti, guarda e affronta. A testa alta, senza venire meno a se stessi, senza rifugiarsi in tempi di mezzo. 

Il tempo di mezzo non esiste, è tutta un’invenzione dei cuori codardi. 

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aPi

“Le api” dice “basta guardare le api e capisci tutto. Ti sembra normale che le api siano fuori in gennaio?”.

Io adesso osservo il bombo che ronza intorno ai ciclamini sul davanzale, penso che basterebbe guardare le api per capire quanto tutto vada in malora. 

Si paga sempre un conto, anche se non ci si pensa, anche quando arriva tardi. Per lo più un conto che sembra salato, perché non se ne aveva percezione, perché non l’avevamo preso in considerazione. 

Poi è tardi per pentirsi, per ripensarci, non si può tornare indietro. Basterebbe un po’ di previdenza, basterebbe dare il giusto peso alle cose e alle persone, basterebbe essere onesti fino in fondo con se stessi.

“Le api” penso “basterebbe guardare le api”. 

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LaMPaDa

Ti sembra poco parlare? Intendo riuscendo a capirsi. Intendo ascoltando l’altra persona. Intendo senza preconcetti, senza pregiudizi, senza sapere già dove si va a finire.

Ti sembra poco condividere le paure? Metterle lì sul tavolo e lasciare che l’altro le scruti, le rigiri tra le mani, le soppesi.

Ti sembra poco guardarsi negli occhi e dirsi la verità? Quella scomoda, quella che si vorrebbe tenere nascosta persino a se stessi, quella che ti fa sentire meno sicuro, meno forte.

Ti sembra poco abbassare le difese, essere quello che si è, dismettere la maschera, restare lo stesso?

Sembra facile, come accendere una lampada Berger… ma tu ci hai mai provato ad accenderne una?

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CaSo

Notte insonne, malessere vero. Parlare a se stessa e dirsi che andrà tutto bene, non c’è da drammatizzare. E’ solo il buio, tu sai come affrontarlo. E’ solo il buio e sai che passerà. Jean Baptiste a tenere compagnia. Possedere strumenti per superare la notte. Sapere che il fisico parla e bisogna solo sedersi ad ascoltare. Orecchie dritte, sensi all’erta. “Niente è per caso”.

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TuTtO

Io non capisco.

Le parole mozzicate, i silenzi mantenuti, gli occhi immersi nello schermo piccolo, i chilometri macinati.

Io non capisco.

l’assenza dei bigliettini sulla tavola, i fiori non mandati, le canzoni riciclate, le discordanze e le frasi dette tanto per dire.

Io non capisco.

Le posizioni prese, le finte convinzioni, i proclami ventosi, le diverse misure, i pesi relativi, le cose dette, le cose mancate.

Io non capisco e chiedo. Perché attraverso le parole, i gesti, e gli occhi passano i fili che annodano la corda. Una corda che dovrebbe essere salda. Ed è vero, c’è tanto di tutto o forse un po’ di tutto, ma volevamo tutto non un po’ di tutto.

 

 

 

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in viso veritas – l’ebook

La verità non ha mai avuto così tante facce. Consiglio di leggere questi racconti, se avete voglia di trascorrere un’ora in piacevole compagnia! Grazie a I Discutibili, che in mezzo hanno deciso di mettere anche me!

i discutibili

Siamo dei peracottari, prendetene atto.
Non potreste definirci diversamente, considerando che abbiamo impiegato sette mesi (sette! manco fosse un parto prematuro) per selezionare ed editare i dodici racconti che costituiscono il primo prodotto editoriale di un blog di cazzari quale il nostro.
E allora, noi, per giustificarci, tiriamo in ballo nientepopodimeno che Samuel Beckett, Finale di partita.
«[…] Un inglese… (fa una faccia da inglese, riprende la propria espressione) … avendo bisogno d’urgenza di un paio di pantaloni a righe per le feste dell’anno nuovo, va dal suo sarto che gli prende le misure. (Voce del sarto) “Ecco fatto, ritorni tra quattro giorni, saranno pronti”. Bene. Quattro giorni dopo. (Voce del sarto) “Sorry, torni tra otto giorni, ho sbagliato il fondo”. Bene, d’accordo, il fondo non è una cosa semplice. Otto giorni dopo. (Voce del sarto) “Desolato, ritorni tra dieci giorni, ho sballato il cavallo”. Bene, d’accordo, il cavallo…

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EbeTe

Non ho dubbi. Non li ho ora, sai? Solo un sorriso ebete stampato sulla faccia, ed era da tempo che non mi sentivo tanto idiota. E sai cosa? Mi piace sentirmi così. Mi piace sorridere del niente. Mi piace sentirmi un po’ ebete, ché non bisogna mai prendersi troppo sul serio. E quella felicità, che avevo nascosto sotto il tappeto, adesso l’ho ritrovata. Sì, lo so che a perderla ci metto un attimo. Sono un mago a perdere le cose io, soprattutto cose come questa. Però adesso c’è, giusto? Adesso è qui e brilla sul palmo della mia mano, nel biancore del mio sorriso ebete. Per i dubbi ci sarà tempo. Arriveranno anche quelli e allora non saremo più ebeti nè felici. Allora, ma ora no. Ora lasciami essere ebete. 

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RaNe

Il cucciolo adora le rane. 

Non che lo abbia detto, lui non parla. Ti guarda con grandi occhi nocciola dalle  lunghe ciglia sotto il cranio deforme.

Ti guarda e basta. 

Lui non parla. 

Però con le rane ci gioca. Rane fluorescenti di plastica gommosa, moto realistiche. Usa l’unica mano che riesce a muovere e stringe le rane.

Allora io disegno rane se a te servono le rane, cucciolo. Solo per trovare un contatto, per catturare quegli  occhi dalle ciglia lunghe, per capire se qualcosa ti arriva, se sei qui con noi.

Il cucciolo è sveglio, non parla ed ama le rane.

Io disegno rane. 

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InTaNto

E così ci siamo. Aspetto il treno che mi porterà a Milano. Perché, a un certo punto, bisogna prendere in mano il manubrio e pestare forte sui pedali. Se si va in discesa bisogna godersi il vento, prenderselo tutto in faccia e farlo ridendo. E poi perché bisogna volersi bene. Io voglio ridere trovando una lettera desueta nella cassetta della posta, passare una domenica di pioggia a camminare senza ombrello, parlare di massimi sistemi, sperimentare la brachilogia. Forse è già chiaro che non sarà niente più di un petardo. Forse. Intanto io salgo sul treno e arrivo a Milano e dimentico i corvi e mi stampo un sorriso in faccia e ascolto musica e rido da sola. Alla ricerca di una nuova pelle, alla ricerca di una bomba atomica. 

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LaMaCcHiNaRoSSa

Sono al semaforo e aspetto che scatti il verde, sulla strada che tutti i giorni mi riporta verso casa.
Chiacchiere al telefono con l’amica che vedo troppo poco e intanto aspetto.
Poi il verde scatta e, mentre ingrano la marcia, dalla direzione opposta compare la macchina rossa. Dentro lui fa un cenno che sembra un saluto ed io non lo vedo bene, ma mi ricorda te.
Per un attimo mi si fermano i pensieri e non so più cosa sto dicendo e penso che sia tu che mi saluti con la mano alzata dalla macchina rossa. E mi chiedo cosa ti direi e come sarebbe rivederti e cosa fai nella tua vita e come stai. E sono indecisa perché la macchina rossa è un passo davanti a me ed io non sono sicura di quello che ho visto, ma poi mette una freccia e gira senza remore ed io vado dritta. E penso che tu non hai una macchina rossa, che non potevi essere tu, che sia un bene che non fossi tu. Il tempo è passato e le vite si sono disciolte, non avrebbe senso neanche vedersi per caso. Però sorrido dei miei pensieri immoti, dei cortocircuiti nella testa e delle cose che ancora fanno paura. E spero che tu stia davvero bene.

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